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NETFUTURISMO futurismopedia
====== GIOVANNI PAPINI ====== //Nessuno nel nostro secolo, neppure André Gide, ha affrontato tante esperienze e lottato su tanti fronti. E mentre Gide non poteva mai astenersi da quel concetto di malintesa "gratuità", Papini si immedesimava tutto in quello che faceva al momento. Amava e odiava con passione, con ogni fibra del suo corpo, a riprova di una vitalità e di uno spessore spirituale rari. Oggi che un'intera classe di uomini pratica il compromesso per paura di esporsi, l'esempio di Papini può ridiventare attuale. E' un uomo che non si vergogna dei suoi errori. Un vero segno del genio. Solo gli sterili e i mediocri si preoccupano della perfetta coerenza dei propri pensieri, e sono ossessionati dalla paura di sbagliare.// **Mircea Eliade** ===== LA VITA ===== === I PRIMI ANNI E IL “LEONARDO†=== Giovanni Papini nasce a Firenze nel 1881, figlio unico di Luigi ed Erminia Cardini. Il padre, ex garibaldino e repubblicano, impone al figlio un’educazione atea e anti-clericale, ma la madre riesce a farlo battezzare di nascosto. La sua indole irrequieta e titanica aspira ad abbracciare l’intero scibile umano: «Volevo soltanto sapere, sapere, sapere tutto». Nella piccola biblioteca di casa vi sono “un centinaio di volumi†tra i quali L’inno a Satana di Giosuè Carducci, un brano molto apprezzato dal giovane Papini che nutre “più amore per l’Angelo ribelle che per il maestoso Vecchio che sta nei cieliâ€. Uno dei suoi primi scritti è una violenta stroncatura dei //Promessi sposi//. Diplomatosi maestro nel 1899, insegna lingua italiana presso l’Istituto inglese di Firenze e in seguito viene nominato bibliotecario del Museo di antropologia. Esplode nel panorama culturale del primo Novecento quando, nel 1903, nelle stanze di palazzo Davanzati idea e pubblica insieme all’amico Giuseppe Prezzolini il primo numero della rivoluzionaria rivista “Leonardo†che ha come punti di riferimento Nietzsche e R. Steiner e l'obiettivo di abbattere la cultura accademica italiana. Ricorda il critico Renato Fondi: “Tutto intorno, eccetto questo Leonardo, erano manifestazioni di invirilità. Cominciai ad amare questi giovanotti di cuore caldo, e come se da allora una goccia di sangue nuovo infusa nelle mie vene, mi spingesse a ribellioni e autodecisioni più efficaci, mi sentii umiliato, inquietato e nello stesso tempo spronato a un lavoro più libero, a uno stato migliore. C’era fra loro, Gian Falco: scettico o debole, gliene dicevano di tutti i colori, ma che ti sminuiva con un colpo molti uomini ingiustamente celebri e seguìti; che prometteva climi più dolci e luminosi, abiti spirituali più seri e più costosi. C’era Gian Falco: un personaggio che non ti pareva completamente reale, tanto era sferzato dalla passione, tanto si torturava e torturava d’ironia e beffa ; e si faceva giuoco oggi del giorno avanti; ma era sicuro, era deciso del partito preso: valorizzare i grandi artisti mal compresi e dimenticati, sgonfiare gli scrittori prediletti dagli editori che erano, come oggi, i più vuoti di risonanze interiori. Per Gian Falco, e anche per gli altri, vivere era rifare il mondo. Creare. Si voleva la creazione come vita concreta. Si cercava – nell’attività dello spirito - una realtà superiore necessaria, totaleâ€. L’intento del «gruppo di giovini, desiderosi di liberazione, vogliosi di universalità, anelanti ad una superior vita intellettuale» è ambizioso: «nella vita son pagani e individualisti – amanti della bellezza, dell’intelligenza, adoratori della profonda natura e della vita piena, nemici di ogni forma di pecorismo nazareno e di servitù plebea. Nel pensiero son personalisti e idealisti, cioè superiori ad ogni sistema e ad ogni limite, convinti che ogni filosofia non è che un personal modo di vita - negatori di ogni altra esistenza di fuor dal pensiero. Nell’arte amano la trasfigurazione ideale della vita e ne combattono le forme inferiori, aspirano alla bellezza come suggestiva figurazione e rivelazione di una vita profonda e serena». Il “Leonardo†è insomma una reazione al «positivismo, all’erudizione, all’arte verista, al metodo storico, al materialismo, alle varietà borghesi e collettiviste della democrazia». L’esordio del Leonardo sul palcoscenico dell’ “età delle riviste†è folgorante e Papini così ne ricorderà la carica innovativa in //Un uomo finito//: «Siamo stati i primi in Italia, a parlare di molti uomini nostri e stranieri, dimenticati e ultimi, che ora tutti citano e allora nessuno conosceva neppur di nome, e ne abbiamo parlato con riverenza, con amore, con entusiasmo». L’esperienza termina quattro anni dopo: nel fascicolo dell’agosto del 1907 i due promotori si rendono conto che «non vale la pena di continuare l’improvvisata professione di pescatore di anime». === “LA VOCE†E “LACERBA†=== Papini in quegli anni di turbolenza intellettuale visita Parigi con Ardengo Soffici ed entra in amicizia con i filosofi più in voga del periodo, Bergson, Pareto e James. Collabora inoltre come redattore capo alla rivista Il Regno del nazionalista Enrico Corradini. Nel 1907 scrive //Il crepuscolo dei filosofi//, in cui demolisce il pensiero dei più acclamati filosofi della cultura moderna (Kant, Hegel, Schopenhauer, Comte, Spencer e Nietzsche) in nome dell’irrazionalismo vitalistico e di un titanismo esasperato. «Questo non è un libro di buona fede. È un libro di passione e perciò di ingiustizia – un libro ineguale, parziale, senza scrupoli, violento, contraddittorio, insolente come tutti i libri di quelli che amano e che odiano e non si vergognano dei loro amori né dei loro odi. È un pezzo, o un insieme di pezzi, di un’autobiografia» scrive nella prefazione. Nell’ultimo capitolo il Papini stroncatore raggiunge l’apice licenziando la filosofia, «per dimostrare la vanità, la vacuità… di questo equivoco aborto dello spirito umano, di questo mostro di sesso dubbio che non vuol essere né scienza né arte, ed è un miscuglio di tutte e due senza riuscire ad essere uno strumento di azione e conquista». Contemporaneamente al //Il crepuscolo// esce //Il tragico quotidiano//, opera che insieme al successivo //Il pilota cieco// (1907) raccoglie i cosiddetti racconti “metafisiciâ€, originalissime novelle di genere esclusivamente papiniano. Pubblica inoltre //L’altra metà// e la rivista “L’Anima†insieme a Giorgio Amendola, che sarebbe durata appena un anno. Dopo La vita di Nessuno e Parole e sangue è la volta de //Le memorie d’Iddio// (1912), libro che rappresenta l’apice della sua protesta anticristiana e del suo nichilismo. In esso vi si legge: «Uomini: diventate atei tutti, fatevi atei subito! Dio stesso, il vostro Dio Iddio vostro figlio, ve ne prega con tutta l’anima sua!» Papini immagina Dio che si augura la morte della fede e quindi la propria fine, pentito com’è di aver creato tanto male nel mondo. Dio esisterebbe solo perché gli uomini credono in Lui, e alla morte dell’ultimo credente anch’Egli scomparirà. Papini esterna qui la sua incomprensione per la vita e per la religione cattolica con inaudita acredine. Due anni dopo, sulla rivista futurista “Lacerbaâ€, da lui ideata, scrive un articolo ancor più sprezzante, intitolato Cristo peccatore, che gli vale un processo (dal quale fu assolto) per oltraggio alla religione. Questo è sicuramente il periodo del “pessimismo cosmico†papiniano che trova ampia condivisione anche in molti dei futuristi, in particolare Soffici, ma anche in Prezzolini. Archiviata l’esperienza del “Leonardo†nel 1907 per contrasti di vedute con Prezzolini, Papini idea la collana “Cultura dell’anima†e “Scrittori nostriâ€; in seguito si riconcilia con Prezzolini che affianca a “La Voce†dove sono trattati i temi più impellenti del primo Novecento italiano: la polemica anti-giolittiana, l’irredentisimo triestino, l’intervento libico, il dualismo Croce-Gentile. Ma le differenze di vedute emergono nuovamente e Papini, in aperta polemica con la direzione di Prezzolini, si allontana e fonda insieme a Soffici “Lacerba†(1915-1917) che, quanto a vis polemica, rieccheggia il “Leonardoâ€. La nascita di "Lacerba" è un evento dirompente nel panorama culturale del primo Novecento, non solo italiano. Il punto 14 dell' Introibo (il manifesto programmatico pubblicato nel primo numero della rivista) testimonia perfettamente lo spirito che anima i fondatori: «Queste pagine non hanno affatto lo scopo né di far piacere, né d'istruire, né di risolvere con ponderatezza le più gravi questioni del mondo. Sarà questo un foglio stonato, urtante, spiacevole e personale. Sarà uno sfogo per nostro beneficio e per quelli che non sono del tutto rimbecilliti dagli odierni idealismi, riformismi, umanitarismi, cristianismi e moralismi.» Basti questo per dare l’idea dell’intento stroncatorio e vitalistico dei lacerbiani che mal può conciliarsi con l’abbottonato approccio della “Voce†di Prezzolini, lontano anni luce ormai dalle aspirazioni di Papini. Diversamente, attorno al gruppo fiorentino non può non crearsi una convergenza di intenti con il futurismo di Marinetti, Boccioni e Russolo “che ha fatto ridere urlare e sputare. Vediamo se possa far pensareâ€. Significativa una lettera di Soffici a Papini, scritta fra gennaio e febbraio del 1913, nella quale si legge: «È l'unico movimento al quale possiamo associarci. Lavorando con gli altri si può renderlo più serio e più efficace-fecondo. Ai futuristi per esser qualcosa d'importante e di fattivo mancano le qualità che noi possediamo e possiamo portare utilmente in quel movimento.» Pur appassionata, come ogni esperienza papiniana, quella futurista si rivela una parentesi tanto significativa quanto tormentata. Tra l'articolo di Papini //Perché son futurista//, del 1 dicembre 1913 e quello del 15 febbraio 1914 //Il cerchio si chiude//, in cui si manifestano con chiarezza divergenze inconciliabili (soprattutto in materia di rappresentazione artistica) tra il gruppo fiorentino e quello milanese, intercorrono appena due mesi. A momenti epici, come l’episodio del Teatro Costanzi di Roma (durante il quale Papini pronuncia il celebre Discorso contro Roma e Benedetto Croce) o quello al Teatro Verdi di Firenze, si accavallano infatti episodi di aperto contrasto. Le differenze di Papini verso i nuovi compagni di strada è affiorata anche in precedenza; emblematico è il caso dell’articolo //Freghiamoci della politica//, pubblicato nel numero 19 dell'ottobre 1913. Questo testo suscita la disputa con Marinetti che in una lettera inviata subito a Papini scrive: «No, carissimo Papini: non possiamo fregarci della politica, né gridarlo come un invito pessimista ai giovani. Sono molti, questi: molte e molte migliaia, che ci domandano con angoscia e con fede una direttiva, un grido entusiasta, non soltanto artistico ma anche politico e nazionale.» In questa occasione la polemica rientra perché Papini,diplomatico come non mai, nel numero successivo di "Lacerba" pubblica il //Programma politico futurista// e una Postilla al precedente Freghiamoci della politica, in cui tenta una conciliazione col gruppo milanese, concludendo: «Amo ed ammiro la fede dei miei amici ma credo che non sia inutile per l'opera comune anche l'acido del mio scetticismo.» La reciproca diffidenza è però ormai emersa e arriva al culmine col sopraccitato articolo //Il cerchio si chiude// a cui segue la polemica risposta di Boccioni //Il cerchio non si chiude// e la controreplica papiniana //Cerchi aperti//. Le differenze non si possono più celare e si raffreddano i rapporti fra fiorentini e milanesi. Anche se "Lacerba" continuerà ad ospitare articoli, manifesti e testi paroliberi, ormai le strade si sono divise per sempre. Boccioni in particolare non sembra serbare un buon ricordo del grande stroncatore. In alcun lettere del 1915 inviate ad Emilio Cecchi definisce Papini “un megalomane impotente che ha perso la testa†e che “dovrebbe arrossire di aver superficialmente giornalisteggiato in un libro su Kant Nietzsche Hegel ecc. ecc.â€. Giudizi duri che ben esemplificano una rottura non ancora digerita. === DA UN UOMO FINITO A STORIA DI CRISTO === Nel 1913 intanto è uscito //Un uomo finito// (la sua autobiografia spirituale), opera di grandissimo successo, “sicuramente fondamentale per l’attività letteraria del primo novecento italianoâ€(Giorgio Luti). //Un uomo finito// è - rivela Papini - “una confessione a me stesso e agli altriâ€, ma pure il manifesto di un giovane intellettuale voglioso di conquistarsi il ruolo di guida spirituale per una generazione. In quegli anni Papini, insieme a D’Annunzio (peraltro simbolo di un’estetica artistica antitetica e di una generazione precedente), è indiscutibilmente lo scrittore più affermato, discusso, al centro di infuocate polemiche e dibattiti. Amato tanto e odiato altrettanto. In un’epoca in cui il compromesso e l’ambiguità sono in Italia la regola, Papini si distingue per la franchezza della persona e dello scrittore. Le //Stroncature// (1916) in questo senso sono l’emblema del “papinianismoâ€. In esse, senza giri di parole e ipocrisie, Papini distrugge i falsi miti letterari, sventra e smaschera difetti di personaggi del tempo sopravvalutati. “Ma il volume contiene, anche, pagine amorose su amici morti e vivi e, finalmente, saggi informativi, presentazioni di uomini singolari stranieri. In me c’è l’uomo che odia e che ama – lo sdegno e l’entusiasmo sono, a mio parere, vie di scoperta e conoscenza più del giudizio pacato, savio e riflesso – e, infine, anche l’uomo curioso e che prova gusto a stuzzicare o soddisfare le curiosità degli altriâ€. Seguono in rapida successione //24 Cervelli//, //Sul Pragmatismo//, //Buffonate//, //Cento pagine di poesia// e //[[Maschilità]]//, che prelude all’avventura futurista. Mentre //Un uomo finito// è il libro che lo fa entrare di diritto nell’empireo letterario, è //Storia di Cristo//, del 1920, il suo libro più internazionale che testimonia la sua clamorosa conversione. Eccezionale il successo di vendite sia in Italia che all’estero. È al termine della Grande Guerra (che tanto aveva invocato dalle pagine de “Lacerbaâ€) che nell’anima di Giovanni Papini inizia un travaglio interiore che lo condurrà ad un repentino ripensamento delle sue posizioni e alla conversione a quel cristianesimo che aveva tanto osteggiato e bestemmiato. Forse a causa degli orrori del conflitto bellico, e ben consigliato anche dall’amico Domenico Giuliotti, si fa strada un moto travolgente di rinascita; folgorato dallo Spirito, comprende verità prima avversate con violenza. Recentemente Papa Benedetto XVI annunciando l’uscita imminente del suo nuovo libro Gesù di Nazareth, ha menzionato nella prefazione i cinque autori di volumi su Gesù che più lo entusiasmarono in gioventù: Karl Adam, Franz Micheal William, Jean Daniel Rops, Romano Guardini e Giovanni Papini, con la sua Storia di Cristo. Come ricorda bene Renato Fondi nel 1921 “nessun libro di Papini è stato atteso con eguale ansia e curiosità. La religione aveva risposto alle sue domande: la lotta che egli aveva combattuto con tanti avversari, ma specialmente contro Dio, era lotta contro se stesso; travaglio e desiderio di una vita superioreâ€. ===== LE OPERE ===== Il tragico quotidiano (1906) Il crepuscolo dei filosofi (1906) Il pilota cieco (1907) Diventar genio (1912) Un uomo finito (1913) Ventiquattro cervelli (1913) [[Maschilità]] (1915) Stroncature (1916) Chiudiamo le scuole (1918) L'esperienza futurista (1919) Storia di Cristo (1921) Sant’Agostino (1931) Gog (1931) Dante vivo (1933) Italia mia (1939) Figure umane (1940) Medardo Rosso (1940) Lettere agli uomini di Papa Celestino VI (1946) Passato remoto (1948) Vita di Michelangiolo nella vita del suo tempo (1949) Le pazzie del poeta (1950) Il libro nero (1951) Il Diavolo (1953) Strane storie (1954) Le felicità dell’infelice (1956) Giudizio universale (1957) La seconda nascita (1958) Rapporto sugli uomini (1978)